Architettura ecologica tra tradizioni locali e nuove tecnologie
testo di Roberto Giussani

Ancora novello studente di Architettura al Politecnico di Milano, mi imbattei in un test d’esame che chiedeva di confrontare le abitazioni tradizionali della Normandia con un moderno edificio residenziale, realizzato nella periferia di Caen. Per quanto fosse evidente che centinaia d’anni di esperienza progettuale e di innovazioni tecniche ne avessero permesso una sostanziale reinterpretazione, molte erano le caratteristiche comuni, dai materiali utilizzati - pietre, calce e legno reperibili localmente - ad un orientamento virtuoso, studiato per offrire la minor resistenza ai forti venti oceanici, dal sistema strutturale di aerazione dei tetti e di raccolta e smaltimento delle acque al generale aspetto estetico.
Per Dominique Gauzin-Muller - architetto e giornalista francese esperta nel tema della sostenibilità urbanistica ed edilizia - «La ricerca della qualità ambientale è un’attitudine ancestrale a stabilire un equilibrio armonico tra l’uomo e la natura che lo circonda». Nell’arco dei secoli, infatti, in Europa si sono affermate abitudini e tendenze del costruire che utilizzavano le risorse naturali più economiche e più facili da reperire a livello locale, rispettose del delicato equilibrio che sempre dovrebbe instaurarsi tra luoghi naturali ed edifici.
Da questo punto di vista, l’architettura tradizionale risulta ai nostri occhi come una sorprendente anticipazione della moderna architettura sostenibile.
Ecobuilding, ecologiacal buiding, architettura ecologica…è dunque nel passato che affondano le radici culturali di questi termini, che tornano d’attualità grazie alle principali correnti dell’architettura internazionale. Nel ‘Vecchio Mondo’ gli esempi di questa continuità certamente non mancano. È sufficiente guardare con attenzione agli edifici tradizionali, pensati e costruiti prima che la rivoluzione industriale - con i tanti e profondi cambiamenti impressi alla società del tempo e con l’incontrollata richiesta di nuovi edifici - trasformasse il settore delle costruzioni in una macchina per inquinare, producendo enormi quantità di rifiuti e consumando fondamentali risorse non rinnovabili.
Già agli inizi del Novecento l’architetto tedesco Martin Wagner, il ‘profeta verde’, sviluppa col collega Leberecht Migge, esperto d’arte dei giardini e del rapporto tra città e territorio, la Wachsende Haus, la ‘casa che cresce’, una realtà abitativa flessibile, ampliabile e permeata dalla natura circostante.
È emozionante riconoscere negli studi di Wagner - vivacizzati nel 1932 da un ‘concorso di idee’ al quale partecipano più di mille professionisti - numerosi temi ripresi dall’odierno dibattito sulla sostenibilità architettonica ed urbanistica: metodo multidisciplinare, progetti economici ma di elevata qualità, attenzione al rapporto tra spazi esterni ed interni, integrazione delle aree edificate con ampie zone verdi, contenimento del dispendio energetico ed idrico, raccolta differenziata dei rifiuti.
È comunque nei ribollenti anni fine ’60 e ’70 - quando una generazione già propensa a criticare il modello economico dei paesi industrializzati deve fare i conti con la prima crisi energetica globale e con il riconoscimento di un crescente degrado ambientale e climatico - che viene identificato il tema chiave di ‘sviluppo sostenibile’. La qualità della vita delle future generazioni dipende dalla sostenibilità dello sviluppo umano rispetto alle risorse, non solamente energetiche, del pianeta.
I tempi sono propizi perché progettisti quali Paolo Soleri - con la sua visionaria Arcosanti Joachim Eble o la belga Lucien Kroll comincino ad elaborare un approccio low-tech, quasi ‘pre- industriale’, come risposta provocatoria a quello spregiudicatamente high-tech delle allora nascenti stelle dell’architettura internazionale: Renzo Piano, il tedesco Thomas Herzog, Norman Foster. Quest’ultimo firmerà un simbolo assoluto dell’eco- tech con la torre della Commerzbank di Francoforte Lo ‘sviluppo sostenibile’ viene finalmente discusso dai più alti vertici mondiali al Summit della Terra di Rio de Janeiro del 1992. Innescando riflessioni, proposte e nuove sfide a tutti i livelli della società, stimolerà negli anni a seguire un’architettura contemporanea, umanista e dall’immagine fresca e funzionale.
In lavori come l’Istituto di Ricerca olandese di Wageningen di Behnisch & Partner o l’Agenzia Generale per l’Ambiente di Dessau, progettata dal duo Sauerbruch-Hutton, si fondono tecniche e materiali tradizionali con prodotti industriali innovativi, in accordo a principi ‘bioclimatici’ quali l’orientamento ed i venti dominanti, l’isolamento termico, la passività energetica, il ciclo di vita e la sanità dei materiali, il riciclo di energia, acque e rifiuti.
Con lo sguardo puntato al futuro, attente ai ritmi stagionali ed al contesto, naturale o urbano che sia, nuove leve di architetti tornano ad interpretare geometrie, ombre e volumi, esprimendo un rilassante, salutare ed affascianate equilibrio con l’ambiente.
Per il maestro Frei Otto, costruire ed abitare ‘eco’ significa «passare da un atteggiamento di ostilità verso la natura vivente ad un atteggiamento di collaborazione con essa», una quotidiana sperimentazione, che la società intera è invitata a condividere: pianificatori e progettisti, l’industria, la scienza e l’arte, certamente, ma soprattutto noi, ‘semplici’ abitanti di edifici e città.
www.en.wikipedia.org/wiki/Martin_Wagner_(architect)
www.arcosanti.org/project/background/soleri/main.html
www.eble-architektur.de/index_deu.html
www.rpbw.com
www.herzog-und-partner.de/english/index.html
www.fosterandpartners.com
www.behnisch.com#
www.sauerbruchhutton.de