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UN KENNEDY PER AMICO

Anthony Kennedy Shriver ci parla del suo lavoro come fondatore di Best Buddies, associazione che promuove i diritti delle persone disabili

testo di Francesca Lombardo

Come gli altri membri della sua notissima famiglia, avrebbe potuto coltivare grandi ambizioni di successo nel campo della politica o dell’imprenditoria, ma Anthony Kennedy Shriver, 44 anni, ultimo erede della più celebrata e famosa famiglia degli Stati Uniti, ha scelto di mettere - come lui stesso ha dichiarato - «Gesù al centro del mondo», trascorrendo metà della sua vita ad aiutare persone disabili.

Sposato con una gallerista cubana e padre di quattro figli, l’affascinante rampollo della dinastia Kennedy si è sempre fatto guidare da un unico obiettivo: dare a chi ha più bisogno. Da venti anni è presidente di Best Buddies, un’associazione di volontariato con quaranta sedi sparse in tutto il mondo, il cui scopo è combattere i pregiudizi di cui sono vittime le persone disabili e facilitare la loro integrazione nella società. Anthony è stato di recente anche in Italia con l’intenzione di aprirvi un ufficio di Best Buddies.

Com’è nato questo interesse per le persone disabili?

La mia famiglia è stata di grande ispirazione, in particolare mia madre Eunice Kennedy Shriver, che da molto tempo si occupa di persone con disabilità intellettuali, e la mia compianta zia Rosemary Kennedy, che soffriva di questo tipo di problemi. Zia Rosemary mi ha aiutato a riconoscere che tutti sono capaci di cose eccezionali, soprattutto se possono contare sull’incoraggiante appoggio di amici e familiari. Mia zia, ad esempio, era la migliore nuotatrice della famiglia.

Anche l’organizzazione di mia madre, Special Olympics, mi ha consentito di approfondire la comprensione di questi problemi e, soprattutto, del fatto che la rete di sostegno fornita dallo sport e dall’amicizia - come nel caso di Best Buddies - è uno dei fattori più preziosi, a prescindere dalle apparenti disabilità che affliggono ognuno di noi, per donare gioia e soddisfazioni alla vita di ciascuno di noi.

Che significa per lei essere il fondatore di un’associazione di beneficienza?

Ogni giorno ho la possibilità di vedere i risultati ottenuti da Best Buddies nell’accrescere le opportunità per le persone affette da disabilità intellettuali. Vedere la sensibilità e l’apertura dei giovani nei confronti delle persone diverse da loro è una grande soddisfazione. L’accettazione della differenza e la tolleranza nei confronti di persone con una cultura diversa dalla nostra, con storie o abilità diverse, sono elementi di fondamentale importanza se vogliamo costruire una società compassionevole e disponibile all’aiuto. Best Buddies contribuisce fattivamente alla diffusione di questo tipo di mentalità.

Che cosa ha imparato da sua madre, a sua volta fondatrice di un’associazione di beneficenza, e dalla sua celebre famiglia?

Che non c’è gioia più profonda di quella che si prova dedicando il proprio tempo ed energie ad attività volte al miglioramento della vita di altre persone. Dare è la cosa più bella che si possa fare nella vita, e io ho visto con i miei occhi la gioia provata da mia madre seguendo questo principio.

Con quali valori sei cresciuto?

Ci è stato sempre detto che le parole del vangelo di Luca dovevano essere il nostro mantra: «A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto.» A chi segue questa filosofia la vita recherà doni inimmaginabili.

Che cosa insegna ai suoi figli e che cosa crede che stiano imparando dal suo stile di vita e dall’impegno che mette nel suo lavoro?

La fede è il fondamento da cui evolvono tutte le cose buone. Se ci si impegna e si è devoti a Dio, tutto viene di conseguenza. Il punto di partenza dei miei figli è questa filosofia, e tutto ciò che fanno nasce da qui.

Ci può descrivere la sua giornata-tipo?

Lavoro, lavoro e ancora lavoro: il mio lavoro è uno stile di vita, sicché cerco di fonderlo con la mia vita quotidiana. Nel weekend invito a casa potenziali donatori e gente della mia associazione. Vado anche molto in palestra e al cinema, e una volta alla settimana vado in chiesa. Gioco molto con i bambini: a bandiera, a pallanuoto e…chi più ne ha più ne metta.

Qual è stata, finora, la sfida più impegnativa che ha affrontato nella gestione di Best Buddies?

Trovare e conservare il personale adatto e i volontari capaci e seri per il nostro consiglio di amministrazione, dar vita a un marchio riconosciuto in tutto il mondo: un lavoro letteralmente interminabile! È poi sempre difficile raccogliere fondi, soprattutto di questi tempi.

Tra le persone a cui vi rivolgete quali categorie si sono dimostrate più sensibili ai vostri appelli? Le star? I ricchi? Le imprese?

Ci vogliono le star, gli amministratori delegati delle imprese, i lavoratori, i ricchi e le persone che donano anche solo dieci dollari. Best Buddies è un’iniziativa davvero globale: il successo a lungo termine necessita dell’impegno di persone di tutti i tipi e noi dobbiamo convincerli a protrarre il loro impegno il più possibile.

Quali sono, secondo lei, i risultati più importanti conseguiti da Best Buddies nel mondo?

Abbiamo riunito persone che non si sarebbero mai incontrate, che non avrebbero avuto la possibilità di conoscersi e apprezzarsi a vicenda, e siamo riusciti a far capire alla comunità in generale che ci sono tantissime persone le quali, pur sembrando diverse da noi, sono tra le più talentuose e dotate al mondo.

È più facile raccogliere fondi se ci si chiama Kennedy?

Certo, il mio nome mi apre delle porte, ma una volta entrati bisogna essere chiari e convincenti e presentare un prodotto comprensibile, di evidente utilità per il miglioramento della vita di tante persone. In caso contrario, si godrà di un’ottima accoglienza, ma la porta si richiuderà con la stessa prontezza con cui si è aperta.

Che differenze ci sono, tra Europa e America, nelle modalità della raccolta fondi?

Uno degli aspetti migliori della cultura americana è la filantropia. Gli americani crescono circondati dall’idea di donare agli altri: un precetto che ci viene infuso sin da piccoli, quando sotto Natale vediamo l’Esercito della Salvezza, quando entriamo nei negozi e scopriamo iniziative di beneficenza le più disparate; si possono fare donazioni e detrarle dalla busta paga, ci si può impegnare nel volontariato. Questa disponibilità a dare è una delle caratteristiche più belle della cultura americana.

In Europa ed in altre parti del mondo la filantropia non è altrettanto sviluppata. Stiamo facendo grandi progressi ed io sono fiducioso, sicuro che altri paesi si uniranno presto agli Stati Uniti. Al momento, però, gli USA sono il luogo in cui continuiamo ad incontrare la maggiore sensibilità.



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